ISSN 2039-2656

I/2019 pubblicato il 29 giugno

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ISSN 2039-2656

Call for papers: Il progetto urbano per i centri minori

Il progetto urbano ai tempi della rigenerazione:
esperienze sul campo nei centri minori
della Romagna

Di: Enrico Brighi, Valentina Orioli, Stefania Proli





Parole chiave:
Rigenerazione urbana, Pianificazione urbanistica, Progetto urbano, Strumenti e tecniche, Identità locale

Keywords:
Urban Regeneration, Urban Planning, Urban Design, Planning Tools and Techniques, Local Identity

Abstract:
Il contributo esplora l’attualità e le potenzialità del progetto urbano come strumento di prefigurazione, accompagnamento e verifica dei processi di rigenerazione urbana nei centri minori della Romagna, attraverso la metodologia di lavoro sperimentata all’interno del Laboratorio di Urbanistica del Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Architettura dell’Università di Bologna. L’analisi critica dei risultati mette in luce come il progetto urbano abbia assunto una nuova centralità all’interno della disciplina per la capacità non solo di controllare e interpretare le trasformazioni del territorio, ma anche per dotarsi di un immaginario chiaro e forte a indirizzo del progetto urbanistico verso una strategia più organica di sviluppo, da costruire con la collaborazione delle comunità locali.

The paper explores the current challenges and potentials of urban design as tool for the prefiguration, managing and assessment of urban regeneration processes in small towns of the Romagna area, through the method experimented within the Urban Planning Laboratory of the Single Cycle Degree in Architecture and Construction Engineering of the University of Bologna. The critical analysis of the results highlights how urban design projects have assumed a new key- role within the discipline, for their ability not only to control and interpret the transformations of the territory, but also to envision different types of imagery to address urban planning goals towards an organic development strategy, in collaboration with local communities.


Il progetto urbano e la nuova legge urbanistica regionale dell’Emilia-Romagna

La legge urbanistica 24/2017 dell’Emilia-Romagna introduce un unico Piano Urbanistico Generale (PUG), strumento d’assetto che orienta le trasformazioni del territorio comunale alla sostenibilità ambientale e ai processi di riuso e di rigenerazione urbana. Elaborato fondamentale del PUG è la Strategia per la qualità urbana ed ecologico-ambientale, a cui compete l’individuazione dei servizi, delle reti e degli spazi pubblici, «la valorizzazione del patrimonio identitario, culturale e paesaggistico, lo sviluppo della mobilità sostenibile, la dotazione di alloggi di edilizia residenziale sociale, il miglioramento delle componenti e del benessere ambientali e l’incremento della resilienza del sistema insediativo rispetto ai fenomeni di cambiamento climatico e agli eventi sismici» (Gabrielli e Guadagno, 2018). Al PUG si affiancano gli accordi operativi, che disciplinano nel dettaglio le trasformazioni in forma negoziale con i privati, sostituendo i piani urbanistici attuativi. Secondo questa struttura al PUG è associato il ruolo di esplicitazione di criteri strategici 2 generali, la cui puntuale specificazione avviene negli accordi operativi, frutto di patti fra i portatori di interesse pubblici e privati (Gattamelata, 2018). Dotarsi di un immaginario chiaro e forte che indirizzi la strategia organica di rigenerazione entro la quale collocare gli accordi operativi costituisce dunque per le amministrazioni comunali un obiettivo prioritario, rispetto al quale il progetto urbano riveste un ruolo fondamentale. Parallelamente in Emilia-Romagna stanno assumendo sempre più importanza nuove forme di gestione dei beni comuni, condivise, flessibili e non autoritative, che si appoggiano all’iniziativa dei cittadini attraverso la promozione di percorsi partecipativi, usi temporanei e patti di collaborazione2 . Questi strumenti si applicano a parti di città, come aree e edifici abbandonati o sottoutilizzati, sia pubblici che privati, che non trovano spazio nelle strategie urbane proposte dagli strumenti di pianificazione ordinaria (Conticelli e Proli, 2017), o rispetto ai quali i tempi di trasformazione si allungano oltre ogni ragionevole previsione. Queste forme di gestione collaborativa hanno tuttavia sollevato a distanza di tempo alcune difficoltà per le amministrazioni nel conciliare la soluzione “caso per caso” con la promozione di trasformazioni urbanistiche che agiscano a sistema sull’intero territorio (Gabellini, 2017; Di Lascio e Giglioni, 2017), penalizzate spesso dalla difficoltà di portare avanti una progettazione strategica in un contesto di incertezza e costante cambiamento. Appare dunque necessario appoggiarsi a visioni più ampie che permettano di seguire traiettorie di interesse pubblico.

All’interno di un quadro così delineato l’urbanistica ha un connotato fortemente operativo e il progetto urbano è lo strumento-chiave attraverso cui “raccordare” le diverse “traiettorie di pianificazione” verso una strategia complessiva di rigenerazione di lungo periodo: dalla definizione dell’assetto che compete al PUG, agli interventi diretti, anche di carattere informale, di riuso temporaneo e di cura condivisa dei beni comuni e degli spazi abbandonati o sottoutilizzati. Se tale modello, dal punto di vista disciplinare, è ormai diventato un modus operandi piuttosto definito negli obiettivi e nella forma d’azione, dal punto di vista attuativo rimangono ancora tante le difficoltà nella sua implementazione, a partire dai limiti e dalle rigidità insite negli uffici delle amministrazioni, specie dei Comuni più piccoli. Promuovere un simile modello di trasformazione implica elaborare la Strategia per la qualità urbana nella forma di un “piano di rigenerazione”, che coinvolge l’intera dimensione urbana 3 secondo principi di prossimità, integrazione e co-creazione (Bollini et al., 2018), con un “ribaltamento” non banale delle funzioni delle pubbliche amministrazioni - da provider a organismi più flessibili e fluidi, dotati di strumenti e strutture rispondenti ad un atteggiamento fondamentalmente aperto e possibilista (Foster, 2013). Il percorso verso la piena attuazione di questo nuovo approccio è dunque anche un percorso di acquisizione di competenze da parte dell’amministrazione pubblica, che investe sia la sfera individuale che il lavoro in gruppo e intersettoriale, esigendo un radicale cambiamento di postura. Coerentemente con gli obiettivi della terza missione, l’Università può affiancarsi alle amministrazioni in questo processo di ridefinizione del progetto urbano, aprendo le proprie attività all’applicazione sperimentale e alla verifica sul campo anche attraverso la didattica, che assume in questo modo i connotati della ricerca-azione.

Il ruolo del progetto urbano nel sistema territoriale romagnolo

Le attività sviluppate nell’ambito del Laboratorio di Urbanistica del Corso di Laurea Magistrale a Ciclo Unico in Architettura dell’Università di Bologna3 si sono concentrate principalmente sulla Romagna per una duplice ragione: da una parte per la complessa articolazione del suo territorio che la rende un caso studio rilevante e attuale, dall’altra per la volontà di consolidare la sinergia tra Amministrazioni, Università e comunità locali. La Romagna presenta un palinsesto molto articolato (Corboz, 1985) in cui, all’interno di una condizione diffusiva affermatasi dal secondo dopoguerra, è ancora possibile riconoscere delle figure territoriali che svolgono un ruolo significativo in termini morfologici e insediativi. Sebbene unita amministrativamente all'Emilia, la Romagna conserva una forte identità, fondata sulla storia delle sue città, sul legame con la terra e sulla conservazione delle tradizioni. Il territorio è caratterizzato da un sistema a pettine di valli, originatesi a partire dai numerosi corsi d’acqua, che si inserisce nella pianura, connotata da una matrice antropizzata di origine millenaria4 che ne ha definito le geometrie rurali e su cui si sono sviluppati i principali centri urbani. A questi segni se ne sono aggiunti nel tempo molti altri, tanto che oggi può essere intesa come un «territorio di infrastrutture» (Lanzani et al, 2013) in cui la molteplicità di relazioni scaturite dalle diverse condizioni contestuali, ambientali e insediative, ha determinato uno sfruttamento estensivo di tutta la pianura, di cui la pedemontana Emilia (SS9) costituisce il limite meridionale e la litoranea adriatica (SS16) quello orientale. In questo paesaggio ibrido (Zardini, 1996), in cui la popolazione abita condividendo servizi di prossimità e di area vasta, è possibile registrare picchi di intensità variabile in corrispondenza dei numerosi centri abitati, contraddistinti da sistemi insediativi, morfologici e socio-economici differenti. A fronte di una constatata configurazione multipolare (Gabellini, 2012) è possibile rilevare un crescente squilibrio tra la forte spinta urbanizzatrice che per decenni ha interessato il sistema dei piccoli-medio centri di pianura innestati sull’asse della via Emilia e della ferrovia, ma che negli ultimi anni ha subito un brusco e prolungato arresto, e la condizione di isolamento in cui versano le aree interne disposte sui rilievi, collinari o montani, delle vallate fluviali. Nonostante la costruzione della superstrada E7-E45, definita propriamente un'«autostrada per l'Appennino» (Malfitano, Adorni, 2006), in parte abbia garantito accessibilità e visibilità a tutti i nuclei disposti lungo la valle del Savio, resta irrisolta l'emarginazione che colpisce le altre vallate, determinandone il corrente spopolamento. In questo dualismo pianura-collina si inserisce lateralmente il sistema costiero romagnolo, entrato di diritto a far parte di un “distretto del piacere” (Bonomi, 2000) vocato allo svago e al divertimento. Questo lembo di costa, proprio per la continuità del suo insediamento e l’uniformità delle pratiche che in essa si attuano, è stato assimilato a una “metropoliriviera” dall’utilizzo stagionale (Zardini, 2006) che ha però delle inevitabili ricadute anche sul modo di vivere tutto il territorio limitrofo.

In questa condizione territoriale, allo stesso tempo diffusa e polarizzata, il progetto deve essere inteso come strumento capace di cogliere una nuova dimensione periurbana (Mininni, 2013) per ricostruire nuovi equilibri urbani, territoriali e sociali. Dopo anni in cui il principale focus delle agende locali si è concentrato su un modello tradizionale di crescita, la nostra attività di ricerca si è orientata da una parte a studiare soluzioni alle principali criticità interne ai centri abitati, dall’altra ad estendere la riflessione ad una dimensione più ampia, capace di includere le emergenze paesaggistiche e le vulnerabilità del territorio ad esse correlate. In questo contesto i temi più rilevanti risultano quelli della resilienza e della rigenerazione urbana in tutte le sue manifestazioni – dallo svuotamento, in termini di attività economiche e popolazione stabile, dei piccoli centri urbani, alla dismissione dei comparti produttivi su cui gravitano interessi economici dalla complessa gestione, passando per il progressivo degrado e perdita di identità delle frazioni in-between. Nelle realtà insediative caratterizzate da minore accessibilità e attrattività economica, le criticità più evidenti derivano soprattutto dallo spopolamento, o dal cambio di popolazione innescato dai flussi migratori, a cui è connessa l’assenza di promotori e attori forti per la realizzazione delle strategie di rigenerazione.

Soprattutto in questi contesti appare chiaro come le reti, intese in tutte le loro molteplici accezioni, costituiscano una risorsa per costruire azioni volte a implementare le sinergie tra centri, e a stabilire nuove forme di relazione tra uomo e natura in contesti dalla spiccata vulnerabilità ambientale. In questa direzione il progetto urbano non è stato inteso nella sua accezione tradizionale di “piano di dettaglio” capace di definire nuovi assetti morfologici e funzionali, ma come strumento articolato dal punto di vista processuale e strategico, flessibile nei contenuti e in grado di aprirsi a pratiche di ascolto e collaborazione tra diverse amministrazioni, portatori di interesse e fruitori del territorio, al fine di consolidare e valorizzare le identità latenti (Lupatelli, 2019).


Il progetto urbano come strumento di ricerca-azione nel territorio

Negli ultimi anni i rapporti tra il Dipartimento di Architettura e gli attori del territorio si sono intensificati in una logica di confronto e dialogo. Questa rinforzata sinergia attorno all’obiettivo condiviso dello sviluppo integrato di tutte le forme di capitale presenti sul territorio ha permesso di coniugare interessi e obiettivi plurali con ripercussioni positive su entrambe le parti: riconoscendo nella dimensione universitaria, intesa come integrazione tra ricerca scientifica e sperimentazione progettuale, l’opportunità di definire inedite traiettorie nella formulazione di strategie e scenari alternativi, le Amministrazioni, ma anche le associazioni di categoria, garantiscono infatti l’introduzione nelle attività didattiche di una necessaria componente di realtà. Sotto questo punto di vista il loro coinvolgimento nella didattica laboratoriale permette allo stesso tempo di assegnare casi studio con un effettivo grado di interesse e pertinenza rispetto alle criticità contestuali e di costruire una stimolante possibilità per gli studenti di integrare nei propri curricula teoria e pratica, “uscendo” dalla dimensione universitaria per confrontarsi in maniera diretta con i bisogni espressi direttamente dai portatori di interesse o dai loro rappresentanti. In questa insolita dinamica il ruolo dei docenti è quello di orientare gli studenti in tutto lo svolgimento delle attività, contribuendo a fornire loro gli strumenti opportuni al perseguimento degli obiettivi definiti, accompagnandoli nell’inquadrare le richieste in una cornice disciplinare più ampia e dunque non limitata alla semplicistica soluzione di questioni contingenti e, indirettamente, incoraggiandoli a diventare futuri cittadini attivi (Saija, 2013). In questo quadro è chiaro come, rispetto al passato, il piano urbanistico non sia più sufficiente a delineare e dimensionare obiettivi e ambiti di intervento: diventa quindi prioritario “educare” gli studenti ad una lettura molto più minuta e attenta alle specificità territoriali per cogliere le singole situazioni di opportunità che possono innescare processi graduali di rigenerazione urbana, integrando i diversi temi e bisogni delle comunità secondo un processo “incrementale” e flessibile da inserire nella nuova forma del progetto urbano. Il progetto urbano viene così a tracciarsi come uno strumento al contempo processuale-strategico e puntuale attraverso cui costruire un immaginario forte e allusivo, che possa guidare anche i contesti territoriali più fragili in questo delicato momento di transizione sociale, economica e ambientale (Clementi, 2017). Le attività di ricerca-azione condotte con gli studenti del Laboratorio di Urbanistica nei Comuni del territorio romagnolo hanno permesso di individuare alcune priorità nella definizione e nella struttura del progetto urbano, che corrispondono anche a fasi diverse del lavoro in aula e sul campo.

Il progetto urbano come “lettura attiva del paesaggio”

Riconoscere il paesaggio come un bene comune in cui confluiscono le diverse domande delle comunità, trovare un ordine e un nuovo dialogo con i propri luoghi di appartenenza (Cagnato, 2017) è fondamentale per mettere in luce un codice comune di lettura e interpretazione delle peculiarità territoriali, e un passaggio indispensabile per strutturare progetti condivisi. Per questo motivo la prima parte delle attività si concentra su una necessaria fase di lettura del paesaggio, che si tratti di ambiti urbanizzati o di sistemi naturali, da riscrivere attraverso pratiche di sguardo (Cullen,1976; Gehl, 1987) e di ascolto che vertono sull’esperienza (Munarin, 2012), al fine di 6 registrare e restituire in forma critica i principali elementi che contribuiscono, alle diverse scale, a definire immagine e identità (Lynch, 1964).

Il progetto urbano come “formulazione di scenario”

Una volta completata questa operazione di lettura, si apre la seconda fase in cui l’attività dei gruppi si esplicita nella formulazione di scenari capaci di proporre soluzioni alle criticità manifestate attraverso strategie dal crescente grado di flessibilità, reversibilità e specificazione. Il progetto che tradizionalmente si è affermato quale strumento demiurgico in grado di fornire, soprattutto sul piano morfologico, soluzioni univoche e definitive, si trasforma in relazione ai nuovi obiettivi della pianificazione. In una logica di confronto aperto e costante per disegnare scenari condivisi tra tutti i portatori di interesse del territorio, assume infatti un ruolo chiave la sua componente processuale, intesa come momento in cui vengono messe in tensione tutte le azioni e i soggetti coinvolti nel rispetto di economie fragili e tempistiche instabili.

Il progetto urbano come “strumento di attivazione culturale e identitaria”

Articolare il progetto urbano come un processo che si appoggia su una pluralità di soggetti nella progettazione, nella cura e nella gestione del territorio è un elemento imprescindibile per il raggiungimento degli obiettivi di rigenerazione. Il valore antropologico dei nuclei più antichi e fragili della città è infatti sostituito nelle preferenze dei cittadini da quello meramente utilitaristico, a conferma della profonda crisi di valori derivante da un impoverimento culturale e identitario. Rispetto a queste considerazioni, il progetto si dirige verso una strategia di riattivazione diffusa innescata da una programmazione di eventi capace di riaccendere i luoghi dismessi abbandonati o semplicemente sottoutilizzati, a partire dagli spazi pubblici, riportandone in superficie il valore latente. In questa prospettiva è risultato determinante il coinvolgimento di Spazi Indecisi6 , associazione che lavora sul territorio al fine di restituire attenzione a quei luoghi che, senza evidenti ragioni, sono stati dimenticati dalla comunità.

Conclusioni

Le esperienze condotte hanno cercato di interpretare le diverse potenzialità del progetto urbano nelle aree di studio proposte, costruendo processi che muovono alla riscoperta del territorio sia attraverso scenari di trasformazione che mediante pratiche di riattivazione temporanea dal basso, capaci di innescare in prima istanza un cambio di prospettiva nell’immaginario dei cittadini, nella speranza che possano poi consolidarsi e diventare permanenti. Il problema dell’abbandono e dell’incertezza, o della perdita di identità e interesse costituisce forse la principale criticità delle aree interne, i cui centri sono afflitti dai fenomeni di spopolamento e/o cambio di popolazione stabile. In questi contesti la rigenerazione assume una dimensione più ampia, territoriale, per accendere nuove relazioni e riattivare economie a partire dalle tradizioni locali. La vulnerabilità di questi territori, riconosciuti dagli strumenti di pianificazione come ambiti da tutelare e su cui innervare la rete ecologica, comporta in chiave progettuale una riflessione più articolata. Diventa prioritario costruire difficili equilibri tra le necessità espresse da una comunità che, seppur profondamente legata alle proprie radici, lamenta una evidente depressione economica che impedisce condizioni abitative soddisfacenti, e le necessità ecologico-ambientali che richiedono la preservazione delle risorse naturali. 8 In questo contesto il ruolo del progetto urbano risulta differente rispetto al più consolidato approccio per “comparti”, applicandosi a realtà costituite da piccole amministrazioni articolate in reti di città, di aree verdi e di emergenze ecologiche e paesaggistiche entro territori ampi. Nuovi modi di vivere il territorio, dallo slow living all’ecoturismo, permettono di immaginare una possibile riconciliazione tra necessità, apparentemente lontane, attraverso la progettazione di itinerari di attraversamento leggero che, a partire dagli ambiti più urbanizzati, permettano di compiere esperienze di esplorazione del territorio, valorizzando le tipicità dei diversi contesti. Il progetto urbano assume una dimensione ampia e narrativa, configurandosi come lo strumento più opportuno per articolare una strategia territoriale capace di affrontare le criticità ecologiche che i cambiamenti climatici stanno amplificando, ma anche di incentivare il presidio da parte delle comunità originarie, stimolate dalle potenzialità economiche offerte da nuovi itinerari paesaggistici in grado di tessere e raccontare i territori in una logica di riscoperta lenta delle loro peculiarità e identità (Viganò, 2001).

Note

1. Il presente contributo è frutto di un’attività di ricerca comune fra i tre autori. Seppure entro un quadro di condivisione di contenuti e conclusioni, la prima parte è da attribuire a Valentina Orioli; la seconda ad Enrico Brighi e la terza a Stefania Proli.
2. Si fa riferimento al Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei Beni Comuni urbani, adottato nel 2014 dal Comune di Bologna e oggi replicato in altri comuni del territorio regionale.
3. Il saggio si riferisce alle attività di Laboratorio del 2017-18 e 2018-19, docenti Enrico Brighi e Stefania Proli (Urbanistica A e B) e Valentina Orioli (Tecnica urbanistica); tutor Nicolò Maltoni e Filippo Santolini.
4. La struttura insediativa e rurale della Romagna trova la propria origine nel sistema di opere di bonifica romane che hanno ridisegnato tutto l’assetto del territorio di pianura a partire dalla definizione delle antiche vie consolari Emilia, Flaminia e Popilia.
5. Le esperienze di Laboratorio si concentrano principalmente su piccoli centri delle vallate dei fiumi Ronco, Bidente e Savio, ma anche su città di media dimensione come Forlì o Cesena.
6. Spazi indecisi è un’associazione nata nel 2010 a Forlì con lo scopo di promuovere processi di rigenerazione urbana trasformando i luoghi in abbandono in un campo di indagine e ricerca per architetti, urbanisti, artisti, creativi e comunità di cittadini. Si cfr. www.spazi indecisi.it.


Riferimenti bibliografici

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